Con pandemia l’invecchiamento del cervello divenuto più rapido

23, luglio 2025 – La pandemia potrebbe aver fatto invecchiare il cervello: ha accelerato il deterioramento della salute cerebrale anche di chi non ha mai contratto il virus. Lo rivela uno studio condotto presso l’Università di Nottingham e pubblicato su Nature Communications, basato su esami di risonanza effettuati prima e dopo la pandemia. Nel favorire il deterioramento cerebrale potrebbero aver inciso lo stress, l’isolamento e lo sconvolgimento globale conseguenti alle misure di distanziamento adottate per arginare i contagi. Il team ha esaminato le scansioni cerebrali di quasi 1.000 adulti sani, effettuate nell’ambito dello studio UK Biobank. Alcuni partecipanti hanno fatto risonanze prima e dopo la pandemia, altri solo prima. Utilizzando tecniche avanzate di imaging e intelligenza artificiale (usando uno strumento sviluppato utilizzando scansioni cerebrali di oltre 15.000 individui sani), i ricercatori hanno stimato l'”età cerebrale” di ogni persona, ovvero l’età apparente del loro cervello rispetto alla loro età anagrafica. I risultati hanno dimostrato che le persone che hanno vissuto la pandemia hanno mostrato segni di invecchiamento cerebrale più rapido nel tempo rispetto alla velocità di invecchiamento cerebrale stimata con risonanze magnetiche effettuate prima della pandemia. I cambiamenti erano più evidenti negli anziani, negli uomini e nelle persone provenienti da contesti più svantaggiati. Mentre però le modifiche cerebrali indicative di invecchiamento accelerato si riscontrano in tutti indipendentemente dall’infezione, i partecipanti che hanno avuto il Sars-CoV-2 tra una risonanza e la successiva hanno mostrato anche dei sintomi evidenti di invecchiamento, come un calo di alcune capacità cognitive, come la flessibilità mentale e la velocità di elaborazione.

“Ciò che mi ha sorpreso di più è stato che anche le persone che non avevano avuto il Covid mostravano un aumento significativo dei tassi di invecchiamento cerebrale – sottolinea l’autore Ali Reza Mohammadi-Nejad. Questo dimostra davvero quanto l’esperienza della pandemia di per sé, dall’isolamento all’incertezza, possa aver influito sulla salute del nostro cervello”. “La pandemia ha messo a dura prova la vita di tutti, specie dei più svantaggiati – sottolinea Dorothee Auer, autrice senior. Resta da verificare se i cambiamenti osservati saranno reversibili, cosa possibile, e questo è un pensiero incoraggiante”.

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